lunedì 1 giugno 2015

Regionali 2015: nessuno ha ha vinto davvero.

Guardando agli exit poll di queste regionali resto perplessa e sì triste. Perché è l'Italia tutta che ha perso. Nessuno ha vinto davvero. Che non esultino tanto i piddini che si sono visti aggiudicata la vittoria in 4/5 regioni ma solo con in media appena il 20% del consenso a livello nazionale. Perché quando solo un italiano su due va a votare, quando nel centro Italia la lega Nord arriva a percentuali del 20% dei votanti per regione, se in Campania vince un impresentabile, non puoi che renderti conto che per quanto tu partito di "centro sinistra" ti sei aggiudicato il governo di più regioni rispetto agli altri partiti non hai vinto davvero. A "vincere" è sempre più lo sconforto, l'amarezza, la disumanizzazione, l'indifferenza, l'omertà culturale, la rabbia sociale, la sfiducia in tutto ciò che l'istituzione rappresenta, prodotti sì anche della nostra cultura, ma soprattutto di un sempre più disattento sguardo ai bisogni dei cittadini, di un sempre più debole senso di Stato e Democrazia. E io voglio che chi di dovere se ne renda conto. Voglio che non si facciano discorsi di vittoria ma di presa di coscienza e analisi perché ripeto, qui nessuno ha vinto davvero e le cose così non possono andare avanti. Ognuno si assuma le sue responsabilità e proviamo a trovare una soluzione collettiva impegnata e costante a questo sfacelo politico che ci veda soprattutto protagonisti del cambiamento che vogliamo.

venerdì 29 maggio 2015

Quando si smette di guardare all'altro come essere umano allora é necessario fermarsi un attimo a riflettere!

“Sgomberiamo, usiamo la ruspa e abbattiamo”, “sono solo la feccia, sono degli schifosi, qui non li vogliamo!” oppure ancora “vadano a lavorare, se ne ritornino a casa loro.” Queste sono solo alcune delle frasi, delle imprecazioni che sento circolare questi giorni. Ma vorrei fare anche due precisazioni. Se ve la state prendendo con i rom magari vorrebbero anche lavorare, ma immagino che nessuno di voi che urla tanto glielo darebbe un lavoro, e una nazione in ogni caso non ce l’hanno. Se ve la state prendendo con i profughi, che siano neri, mulatti, asiatici, questi a lavorare quando possono ci vanno ma vengono sfruttati; e quando ci vanno poi ve la prendete ancora con loro perché vi rubano il lavoro. Per questo vorrei che ci si fermasse un attimo a riflettere e fare un passo indietro. Dicono che il Mondo vada avanti, ma non so quale Mondo vada davvero avanti. Noi ci stiamo chiudendo, ci stiamo raggomitolando in noi stessi. Ci sono tante cose che infatti non capisco, tante cose per cui resto ogni giorno particolarmente perplessa. Ci sono parole, termini, imprecazioni che mi ricordano infatti tanto quelle del pre-guerra mondiale, una sorta di inizio di nazismo, quando si usava come capro espiatorio della crisi tedesca la razza ebraica, o appunto lo zingaro, il nero, insomma il diverso. Perché credere che in questa terra non ci dobbiamo essere nient’altro che noi? Noi chi siamo? Non siamo uomini e donne come loro nati in questo stesso Mondo e con il loro stesso diritto di viverci? Non ce la siamo comprata questa terra. Sì è vero, paghiamo le tasse per mandarla avanti. E il pagare le tasse ci garantisce quel po’ di welfare di cui ancora usufruiamo, dignità, un tetto sulla testa. Ma poi vi è una fetta di terra di cui noi non ci occupiamo, vi sono persone, i così detti outsiders (barboni, zingari, profughi) che a quanto pare perché non combinano nulla qui su questa terra secondo alcuni non vi devono essere. “Loro ci rubano solo i soldi, loro sono solo dei bastardi che si approfittano di noi.” Ma loro in realtà, non chiedono i benefici di cui noi usufruiamo. In ogni caso esistono, e forse esistono per lo stesso meccanismo che garantisce ancora a molti di noi vite dignitose, e a meno che non li vogliamo far fuori tutti, come tempo fa pensò di fare un signore che si chiamava Hitler, dobbiamo trovare un sistema per integrarli, e magari questo sistema è il lavoro. Ma il lavoro non c’è per chi nasce bianco e italiano, figuriamoci per lo zingaro o l’africano. Allora vedete che siamo contraddittori ed ipocriti. Vedete che c’è un enorme falla nel sistema che non ha nulla a che vedere con le etnie e i profughi. Perché se credete che chi non serve alla società, chi fa parte della feccia umana, chi da solo fastidio, e non è parte della razza ariana, allora deve morire perché su questa terra ci dobbiamo restare solo noi allora posso dire a malincuore che siamo diventati un popolo di nazisti o di colonialisti. Se non volete ritenervi tali allora fate un passo indietro e riflettiamo insieme. Dove stiamo andando? Dove ci sta portando questa rabbia sociale? Ve ne state rendendo conto che vi è chi ci gode(vedasi Matteo Salvini) nel mettere i penultimi che siamo noi contro gli ultimi che sono loro? Perché si una scala sociale esiste, al diavolo le baggianate del siamo tutti uguali. Dovremmo essere tutti uguali, in dignità e diritti ma No, questo modello capitalista che vi piace tanto non ci vuole tutti uguali. Ci vuole tutti diversi. C’è chi secondo questo sistema deve vivere nel extra lusso, chi invece deve vivere negli slam brasiliani o indiani per poter poi essere sfruttati. C’è chi deve migrare e chi invece non ha un posto dove stare. Non sto affatto sostenendo il principio comunista sovietico, del ripartiamo tutto in parti uguali secondo i dettami dello stato. E’ giusto che chi lavori tanto, guadagni tanto. Chi lavora poco, guadagni poco. Ma qui in questo Mondo chi ha tanto non è detto che lavori proprio tanto, e chi ha poco invece spesso e volentieri lavora molto più di quello che ha tanto. In questa terra vige lo sfruttamento più becero e meschino. Quello che si basa sull'omertà, sul silenzio, sul so ma tanto va così e non ci posso far nulla. Lo odio. Ditemi voi che non fate altro che imprecare contro lo zingaro, che chiedete di sgomberare i campi e mandarli via, dove volete che vadano? Via dal Italia? Sapete, questa etnia è ovunque. So che possono essere fastidiosi, e so anche che possono rubare. Ma vi dico anche un’altra cosa. Dobbiamo impegnarci per trovare un modo per convivere con più gruppi culturali, etnici diversi, non possiamo restare ancorati all'idea che l'Italia debba restare un paese popolato da bianchi, per i bianchi. Perché uomini e donne appartenenti a quel etnia ci sono, sono fra noi, esistono e sono in tutte le nazioni, così come gli ebrei, i musulmani, i cinesi, così come ognuno. Erano un popolo nomade, ora si stanno stanziando, dove la terra lo permette, ma vivono in baracche non vivono nei nostri palazzi. Pensate che quando il comune limitrofo vada al campo, pronto con ruspe e poliziotti a sgomberarli, poi si risolve qualcosa? No, poi non si risolve un bel niente. Si spostano e si ri-stanziano, e si incattiviscono e poi bevono magari e come dei pazzi uccidono e feriscono altre persone. No, non credo che dando fuoco a dei campi rom sia mai possibile risolvere il problema. Si loro tendendo anche a rubare, a compiere quei furtarelli che ovviamente infastidiscono ognuno di noi, perché noi anche non è che abbiamo tantissimo e possiamo permetterci di elargire denaro a chi capita. Siamo infastiditi perché violano la nostra tranquillità, perché puzzano, perché ci guardano con quei denti gialli, e quelle voci malinconiche, perché temiamo che da un momento al altro possano fregarci la borsa, ma se lavorassero non avrebbero bisogno di rubare, se li cominciassimo a guardare ognuno come una persona a sé e non tutti con quel fare accusatorio e diffidente forse ci potrebbe essere una via d’uscita. Forse mi sbaglio, ma è solo una cosa a cui ho pensato, perché io il sistema dell’usare la ruspa proprio non lo concepisco. Avanti ieri hanno ucciso, è vero, ed è stato un gesto efferato che non si può non condannare, ma perché prendersela con l’intera loro etnia? Perché non prendersela solo con chi ha ucciso e incriminare solo costui? È questo il nostro più grande errore. Vogliamo che gli altri guardino noi come persone, ma noi guardiamo gli altri come componenti di un unico blocco etnico e non va bene. Ripeto, vi sono tante domande a cui non riesco a trovare risposta. Purtroppo non ho una soluzione che possa aggradare tutti, ma mi piacerebbe solo che si riflettesse un po’ prima di sparare sentenze che sanno di fascismo e nazismo e mi piacerebbe soprattutto che dei certi signori non strumentalizzassero disgrazie per i propri fini. Devo dire che è proprio da vomito.



mercoledì 22 aprile 2015

"Non siamo pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che sceglieresti?"




Il 23 aprile 2015 si tiene a Bruxelles il vertice europeo sull'emergenza immigrazione. La bozza che è stata proposta dice che una delle possibili strategie da adottare per sconfiggere l’emergenza e dare quindi una risposta al crescente numero di vittime sarà quella di lasciare alla Marina il compito di affondare i barconi. Perché, secondo i loro programmi il problema è circoscritto solo ai cosiddetti trafficanti di uomini; perché come sostiene il nostro “caro” premier in quei barconi non vi sono solo famiglie innocenti”.  Ora io, non voglio fare ogni volta la solita pecora nera, che si pone in contraddizione con quanto sostenuto dalle autorità, ma mi chiedo quanto sia effettivamente
funzionale e lungimirante tale soluzione.

Non reputando chi siede sulle poltrone del palazzo a Bruxelles un perfetto idiota, mi viene naturale pensare che vi sia una logica di interesse nel contribuire a sottolineare come unico ed esclusivo problema quello del trafficante ed attribuire ogni colpa e ogni soluzione esclusivamente a quella che è solo una delle tante manifestazioni di un’emergenza e di una questione dalle portate colossali.
Dopotutto il trafficante-schiavista, non è che la conseguenza, il risultato, il prodotto di eventi e condizioni terribili che riguardano una buona fetta di umanità, disposta infatti a sborsare il proprio denaro e affidare la propria vita a dei criminali pur di venir fuori da una situazione oltremodo peggiore di quella a cui potrebbero incorrere intraprendendo il cosiddetto viaggio della speranza. Sì il trafficante è un criminale, è parte della feccia dell’umanità, in quanto sfrutta una condizione di vulnerabilità di alcuni ed è disposto a mandarli a morte per i propri guadagni. Ma facciamo un passo indietro. Se questa figura esiste, se il numero dei trafficanti è cresciuto in numero una ragione vi deve pur essere. E’ fisiologico e naturale che chi vive in condizioni di povertà, di violazioni dei propri diritti umani, di guerra, di morte imminente tende a fuggire dal luogo che determina tale condizione di incertezza in merito alla propria vita. Ogni popolo ha vissuto una situazione simile, chi prima, chi poi. Oggi questa condizione riguarda uomini, donne e bambini nati in paesi come la Siria, la Libia, l’Etiopia, perché paesi in guerra, ma anche persone provenienti dalla Nigeria, dal Sudan, o dalla Mauritania perché paesi fortemente discriminatori in merito ai diritti umani e violenti nei confronti delle minoranze. Riguarda la Palestina, così come il Pakistan e l’Afghanistan e tanti altri ancora perché paesi privati dalle circostanze storiche, sociali e politiche di un’alternativa, della possibilità di scegliere cosa fare della propria vita, di quel futuro così come ci viene spontaneo pensarlo a noi. Questa riflessione la facevano anche i nostri nonni, quando durante la prima metà del XX secolo erano disposti a tutto pur di dare una svolta alla loro povera condizione umana. Mettiamoci ora nei panni di chi è nato nella cosiddetta parte sfortunata del Mondo, oggi. Proviamoci perlomeno. Cosa avrei fatto io se fossi nata in Siria, o in Libia? Probabilmente avrei dato anch'io tutti i miei risparmi al primo trafficante perché unica fonte di salvezza, perché non avevo altra scelta, probabilmente anch'io per la stessa ragione sarei ora sul fondo del Mar Mediterraneo, morta, perché ho peccato di cercare aiuto altrove, perché ho consegnato tutti i miei averi alla speranza. Allora porre come unico e solo obiettivo, unica e sola soluzione quello dell’annientamento del trafficante, è davvero la soluzione più oppurtuna? Non sarebbe forse più logico fornire un alternativa che sostituisca la necessità per molti di affidarsi a quest'ultimo? Davvero l'unica cosa che riuscite a pensare è affidare tutto alle armi?Questi giorni si è sentito tanto parlare di comunità internazionale. Io questa comunità internazionale non la vedo, non l’avverto, non so più davvero cosa sia. 


martedì 21 aprile 2015

"Sei immigrato, sei vulnerabile? OK, allora ti sfrutto"

Quante volte sentiamo dire “gli immigrati vengono a rubarci il lavoro”? Tante purtroppo. E chi lo dice lo fa sulla base della scarsa informazione, e scarsa circolazione del reale. È vero che il migrante arriva in Italia, è vero che taluni lavorano. Ma come lavorano qualcuno se lo chiede? L’immigrato lavora perché vulnerabile, e perché vulnerabile può essere sfruttato. Questa situazione è lo specchio dell’economia fallimentare italiana. Mentre prima la situazione era circoscritta infatti a diverse aree italiane, ora riguarda tutta la penisola: dalla Sicilia al Piemonte. Ad esempio, a Vittoria in Sicilia vi è un area di sole serre. In quest’area vi lavorano oggi solo donne rumene e la situazione che si viene a creare è quella di una vera e propria segregazione e schiavitù. Schiavitù sì, perché come dichiarato dalla corte europea la schiavitù risponde a una situazione di mancanza totale di alternative e queste donne un alternativa non ce l’hanno. Sono imprigionate lì, ricattate, minacciate, pagate oltre il minimo salariale e talvolta anche violentate dai loro capi-padroni italiani. Non stiamo parlando di una realtà isolata e povera, ma di una realtà ricca e che deve essere conosciuta a tutti in quanto attiva tutto l’anno. A Rosarno, in Calabria accade la stessa cosa, ma questa volta con lavoratori africani che non venivano solo sfruttati ma anche costantemente aggrediti dalle organizzazioni malavitose. Qui chi lavora si è dovuto costruire delle capanne-abitazioni in lamiera, plastica e cartone, perché l’unica risposta che il governo, attraverso la protezione civile è stato capace di dare è provvedere a rifornirli di tende, non adatte però a tenerli al caldo durante l’inverno. Ma non basta. A Foggia, per produrre il simbolo del Made in Italy: il pomodoro si lavora in condizioni di profondo sfruttamento, in una situazione di ghetto, di violenze e insulti, ma stavolta con i cittadini provenienti dal est Europa. Ad Asti, così a Soluzzo in Piemonte situazione simile, con bulgari pronti a lavorare per la vendemmia e non pagati ed i quali prodotti vengono poi usati anche nel export. Affinché tutto questa persista, è necessario un sistema pronto a giustificarlo e a mantenerlo perché più comodo. La capacità della commercializzazione della criminalità è altissima, il traffico di uomini è assurdo. Il contesto delle norme al interno dell’UE è determinante nel processo di sfruttamento ed infatti il problema strutturale si basa su processi di deregolamentazione. Si favorisce un processo di nuovo lavoro povero, in alcuni casi precario, in altri gravemente sfruttato. Dal momento che devono essere raccolti un tot di prodotti in un lasso di tempo, se ci sono centinaia di ettari da raccogliere in 20 giorni, serve una quantità di manodopera tale che si crea il fenomeno del ghetto. Si stima che il lavoro sommerso nel settore agricolo sia di 400.000 lavoratori irregolari, senza diritti, di cui 100.000 esposti al grave sfruttamento e caporalato e che le maggiori nazionalità presenti siano a livello comunitario quella di Bulgaria, Romania e Polonia, mentre a livello extra comunitario Tunisia, Albania, India e Marocco. L’inchiesta che c’è a Nardò, verso Lecce sta dimostrando che la tratta interna è legata alla tratta internazionale. Ci sono delle intercettazioni, che dimostrano e registrano tutto un passaggio della tratta interna, contatti locali che si sa possano far arrivare dal Nordafrica immigrati con un permesso di lavoro che si possono reputare falsi. Le varie organizzazioni di caporalato, organizzano la gestione della piattaforma lavorativa, trascinando quindi lavoratori da una parte al altra dell’Italia per coltivare il prodotto della stagione. Ma questa è tutta una forma di servizi che si viene a creare solo se dietro vi è la totale omertà dello Stato Italiano. La direttiva Europea n 52, ratificata in Italia nel 2012 prevede un regime di tutela e protezione speciale per i lavoratori extracomunitari vittime di tratta e sfruttamento lavorativo. Il monitoraggio effettuato nel secondo rapporto dimostra però che tale norma è in gran parte disattesa. C’è la norma ma non gli strumenti di tutela economica. Per far sì che tutto questo enorme sistema corrotto venga alla luce e trovi a poco a poco la fine bisogna fare rete, integrare le azioni di tutela di questi lavorati, costruire rapporti di fiducia, tutelare i loro diritti. È necessario che lo spazio europeo si attivi a creare una legislazione e un’amministrazione più dura nel punire i trafficanti e i caporalati. La nostra economia, il nostro fallimento si basano solo su questo. Ma la colpa non è di chi arriva, la colpa è solo ed esclusivamente di chi sfrutta la situazione di vulnerabilità di alcuni, portando avanti processi di corruzione che funzionano grazie alla protezione dei poteri forti.




domenica 19 aprile 2015

L'umanità che affoga

Sono un essere umano, per questo piango, per questo ho paura, per questo non capisco. Loro erano esseri umani. Erano Settecento, e sono affogati. Morti, strappati alla vita e alla speranza che li ha condotti fin lì. Fuggivano da guerre, dal orrore, dalla disperazione, perché per affrontare il tutto e per tutto non puoi che vivere in essa. Ora i loro corpi sono sul fondo di un mare, divenuto cimitero. Insieme a quelli di tante, troppe persone. Ma voi ve la immaginate? Provate a immedesimarvi per un momento in loro? Ve lo immaginate mai l’orrore negli occhi di chi sta per affogare? Io ho provato ad immaginarlo ed è tremendo. E’ l’umanità che affoga, è la nostra consapevolezza di essere persone, così come lo sono loro. Vorrei che li si guardasse come parte dell’umanità e non come ”clandestini”. Il clandestino non esiste. Esiste l’uomo che semplicemente chiede aiuto. Ed esiste un Mondo “civile” che resta cieco e impassibile ad osservare. Ma come fa? Non è assordante questo vostro silenzio? Non è assurda la vostra immobilità che dimostra il vostro fallimento? La vostra indifferenza per me è pietrificante. La vostra ipocrisia agghiacciante. Parlo a voi, perché io non ne faccio parte. Le avete le potenzialità, perché siete il continente più ricco del Mondo, ma la strada non la si vuole intraprendere perché non bisogna disturbare la vostra comodità, il vostro vile perbenismo. Svegliati Europa, vieni fuori dalla tua avida chiusura. Guarda quello che accade a sud delle tue coste. Anzi, smetti di guardare e agisci. Solleva le braccia di chi affoga, se non le sollevi, contribuisci affinché trovino la morte. La vostra falsità e indifferenza, contribuisce a sviluppare l’odio di chi ignora la verità, o si affida alla vostre costruzioni. Siete colpevoli si, l’Europa è colpevole, così come lo sono i trafficanti di quei corpi, perché fate finta di non vedere quello che anche voi avete contribuito a determinare: un ecatombe nel nostro mar Mediterraneo. Mi sento di accusare sì, di denunciare e condannare perché io di questo schifo non faccio parte, non voglio che venga identificata in questo orrendo gioco che state portando avanti con le vite umane. Perché come scriveva M.L.King, io non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti.


mercoledì 15 aprile 2015

Lettera a un sognatore di nome Vittorio Arrigoni

"4 anni fa morivi, assassinato. Moriva il tuo corpo, morivi in una strada buia della Palestina, torturato. Non ti conoscevo bene allora. Ti ho conosciuto dopo, caro Vik, ho conosciuto solo dopo le tue meravigliose e umane parole. Le ho fatte mie. Ho provato a far mio il tuo coraggio, e leggere il tuo libro, mi ha spronato a partire per la Palestina. Dopo quello che mi hai mostrato, volevo capire meglio. Ed ho capito. Ho capito la tua rabbia, la tua disperazione, il tuo legame con quel popolo. Vedi caro Vik, il tuo messaggio di umanità non morirà mai, saremo lottatori e sognatori fino alla fine, perché come hai ripreso anche da Mandela, un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare. Faremo delle nostre vite poesie, finché libertà non verrà declamata sopra le catene di tutti i popoli oppressi. Come dicevo prima non ti ho mai conosciuto di persona, ma ti ho conosciuto dalle tue pagine, dai tuoi video, dai racconti di chi ti conosceva, e so per certo che staresti male oggi a vedere quanto odio si sta impadronendo di questo nostro Mondo, che consideriamo casa. Per noi, che non crediamo nei confini, nelle barriere è ancora più difficile. Perché è come se vi fosse un furente litigio nella propria casa. L’umanità la si sta perdendo a poco a poco. Il legame che ci dovrebbe far sentire tutti parte di una stessa grande famiglia si sta rompendo. Purtroppo è l’umanità che si rompe Vik, non le catene. Ricordo quanto scrissi su Gaza, eri indignato, e invitavi ad esserlo. Dicevi” rimanere immobili in silenzio significa sostenere il genocidio in corso, urlate la vostra indignazione, in ogni capitale del Mondo civile, perché c’è una parte dell’umanità che sta morendo in pietoso ascolto.” Lette queste parole, ricordo scoppiai in un tragico pianto. Ho avuto paura che il Mondo non si sarebbe mai messo in ascolto, che l’immobilità avrebbe perseverato. Ma quelle parole Vik, quell'invito ad agire ha attecchito su molti, me compresa. Quella volontà di agire, di non ascoltare in silenzio vivono ancora e comunque nei cuori di tutti noi sognatori, di chi lotta perché non vinca l’ignoranza e l’indifferenza, vivono nelle marce cittadine per la legalità, vive nelle conferenze per parlare di cose di cui pochi vogliono parlare perché scomode, vivono là in quella fetta di umanità che non si vuole dare per vinta, che si sobbarca della responsabilità che si ha poiché uomini e donne di sapere e far sapere, di dare voce a chi non può, di lottare per la giustizia sociale e la libertà. Caro sognatore, grazie per la tua testimonianza, grazie davvero. Restiamo Umani. Sempre. "

venerdì 10 aprile 2015

A Yarmouk si suona un pianoforte e così si cerca la pace!

Ahmad suona a Yarmouk. Ahmad, profugo palestinese, suona il suo pianoforte nelle strade assediate della sua città profughi. La sua musica è forte, la sua musica è potente, la sua musica distrae le menti di chi prova solo dolore. Si ribella il pianista di Yarmouk, premendo le sue dita su quei tasti bianchi e neri, alla crudeltà perpetrata nei confronti del campo profughi da ben 4 anni. Gli abitanti  non possono andar via. Sono costretti lì. Più di 10.000 persone di cui quasi 4 mila bambini rischiano ogni giorno la morte. Ma il pianista non si da per vinto. Il pianoforte è la sua arma, è un arma potente, perché porta pace e allegria, la dove c'è solo disperazione, da forza a chi vede solo morte.

Grazie Ahmad, grazie per quanto stai facendo, grazie per questo messaggio che stai trasmettendo, e scusa se il Mondo si è accorto di voi solo dopo quattro anni d'assedio, perché siete attaccati non più da un solo nemico ma ben da due.
Oggi suona per il tuo popolo, suona per la tua pace, io proverò a cantare per voi, te lo prometto Ahmad. Ti prometto che un giorno finirà tutto questo orrore. E la tua musica sarà musica di pace.